16 aprile 2012

Pensieri - Il perché dello Yoga, il perché di Swamiji


Swami Ananda Chaitanya nel centro Pranava di Giarre, 2011.
Salve. Vi ho già numerose volte rotto la testa prima con le notizie sullo Yoga, poi più recentemente con le mie impressioni sul viaggio dell'anno scorso in India, e certamente fosse per me non sarei qui a scrivervi stasera di quello che sto per scrivervi, perché sono innanzitutto convinto della necessità di lasciare che la vita di ognuno si plasmi secondo i propri accadimenti, seguendo quel flusso che è naturale, che "potrebbe" ma a volte "non è".
E invece eccomi, a molti non interesserà, lo so; questo blog è nato fin dall'inizio con lo scopo di lasciare una traccia indelebile (per quanto lo possa essere un post in rete) dei miei pensieri prima di tutto per me stesso, perché fra X anni possa battermi fragorosamente un palmo sulla fronte e ricordarmi di ciò che ero e ciò che elucubravo. Invece stasera scrivo anche per chi mi legge, in un eccesso (qualcuno penserà) di presunzione od ostentato proselitismo, ma chi mi conosce sa che il mio primo mantra, ancor prima che questo termine acquisisse per me un significato ben più profondo e attinente alla realtà, è per parecchio tempo stato "condivisione".

Esaurita la doverosa premessa, mi piacerebbe quindi brevemente darvi qualche indizio su ciò che, inevitabilmente, mi ha reso una persona differente, negli ultimi anni. No, non "differente" come "migliore" ma semplicemente "diversa" rispetto al quel mio status che non mi piaceva, non mi soddisfaceva affatto. Chi mi conosce un po' meglio sa quel che intendo e starà già ridacchiando sotto i baffi, ma tant'è... :)
Da un paio d'annetti a questa parte ho vissuto più da vicino il concetto di Yoga, che già solo a guardare la pagina di Wikipedia sembra una roba parecchio esotica, trascendentale e lontana dall'attualità della nostra vita quotidiana (non volevo fare la rima con quotidianità :p) e invece così non è, nonostante ciò che potete pensare. "Fare Yoga", impegnarsi un paio di volte a settimana per prendersi cura di sé stessi prendendosi cura del mondo, condividere con gli altri praticanti seppur lavorando col sé, vuol dire molte cose. Non vuol dire palestra, sebbene l'aspetto fisico sia presente e sia di notevole impatto. Non mi stancherò mai di dire che nel periodo in cui praticavo due volte a settimana già il mio atteggiamento corporeo dimostrava un notevole benessere per mezzo di una postura più corretta, figuriamoci quando mi alzavo giornalmente alle cinque del mattino (splendida attitudine acquisita in India) per il saluto al sole... Adesso da un po' a causa di un piccolissimo incidente il tempo che dedico a me stesso si è ahimè accorciato e sono stato costretto ad interrompere la pratica mattutina e i risultati si vedono: sono un rottame!
Tornando a noi, lo Yoga per me non è solo stare in forma così come non dovrebbe esserlo per ogni praticante. Non è nemmeno soltanto trovare uno spazio interiore, essere in pace con sé stessi nel momento in cui si pratica la cosiddetta (e tanto abusata nella sua definizione) "meditazione". Ma che cos'è la meditazione? Vi assicuro che non è niente di ciò che si può insegnare in un corso da 8 ore o che si acquisisce dopo un mese di Yoga. Ma neanche un anno. Non c'è un "tempo per meditare", c'è una vita, ed ognuno di noi capirà quando avrà realmente meditato o quando solo ci si sarà avvicinato. Molti altri non lo capiranno nemmeno. Altri, la quasi totalità, non mediteranno mai. L'equilibrio interiore quindi sarà notevolmente stimolato e messo alla prova, aiutato, ma neanche l'aspetto psichico esaurisce il concetto di "fare Yoga".
C'è un altro aspetto parecchio importante, e se siete arrivati a leggere fin quaggiù, forse per curiosità, forse perché realmente interessati, non posso che ringraziarvi di già, solo per esserci arrivati. Se allora vi state chiedendo a cosa alluda, sappiate che mi riferisco allo stile di vita, e il mio incontro con Swamiji e il conseguente viaggio in India hanno aperto per me questa nuova prospettiva, la più importante.

Mi rivolgo nuovamente a coloro che mi conoscono più da vicino: ricordate quanto ero prossimo al nervosismo, all'ansia, allo sbattimento 2-3 anni fa? Certo, non a livelli patologici, ma sapete che somatizzavo facilmente le mie beghe sul campo professionale così come della realizzazione personale. D'altronde il grande cambiamento di spostarsi da una provincia all'altra (miiiiii, incredibile vero?) non è stato completamente privo di traumi. Eppure lo Yoga mi ha messo su un binario ed io ci sono rimasto sopra inconsapevolmente allineato per diversi mesi, senza andare però oltre quei due aspetti (fisico e psichico). Poi la fortuna di seguire Gio nei suoi incontri e di imbattermi in Swami Ananda Chaitanya. Anche lì, non è che si incontra una persona e la vita svolta da un momento all'altro! Ci si avvicina, lo si studia, ci si approccia anche con parecchi dubbi, ci si allontana e poi... poi... poi si passa ad uno stato ulteriore. Non so se riuscirò a spiegarvi ciò che è stato per me. Ovviamente non mi aspetto che accada a tutti coloro i quali incontreranno Swamiji. Sappiate che è una persona molto solare ma allo stesso tempo profonda, difficile da inquadrare, eppure semplicissima. Davanti a lui mi pongo con un certo timore reverenziale ma allo stesso tempo con la consapevolezza di potermi aprire e soprattutto di scoprire nelle sue parole, nelle sue riflessioni e considerazioni, un pezzetto dell'universo. È come se avesse una visione chiara su molte cose (tutto?) e riesca addirittura a trasmetterla, che siano ovvietà, robe che uno al momento esclama "è vero, è così, come ho fatto a non pensarci prima", altre invece "certo sarebbe bello che fosse così, chissà", altre ancora semplicemente "forse non ci arrivo", ma il tutto è presentato con una tale semplicità ed un approccio così diretto e calato nella quotidianità che... insomma sì, mi ha cambiato la vita. Ma sono tuttora in continuo cambiamento e chissà la vita dove mi porterà. Per adesso ad ascoltare le sue parole e confrontarle con quanto mi circonda, con spirito critico. Ciò ovviamente non mi isola dal resto del mondo e non mi porta lontano da ciò che ero e dai miei cari, dai miei amici. Mi dà solo un'altra prospettiva, un'angolazione dalla quale guardare il mondo, me stesso, gli altri. Poi lui ha il dono di saperti inquadrare con uno sguardo ed adattarsi al tuo modo di porsi, così chiunque si approccia a lui può farlo con serenità.
Stare un mese in India nel suo ashram e vivere gomito a gomito con lui ed i suoi ragazzi, giovani che studiano con lui e si affidano ai suoi insegnamenti, mi ha trasmesso un sacco di cose, una delle quali è che la vita è complessa perché così la rendiamo noi ed ancor prima l'ha resa una cultura che è il risultato di decenni, secoli, millenni di "complessificazione". Tutto potrebbe apparire più semplice ed in molte delle parole di Swamiji è possibile scoprire un ritorno ad una chiarezza primordiale che pervade tutto.

Beh, ci sarebbe ancora moltissimo da scrivere e se mi andrà lo farò nei prossimi giorni. Intanto mi scuso per avervi parlato di me e di qualcosa che è lontano dalle vostre vite, non so se contro la vostra aspettativa oppure incuriosendovi e chissà, magari un ciccinino appassionandovi. Adesso non mi aspetto che corriate a prenotarvi per l'incontro con Swamiji di questo fine settimana, né che vi rechiate al primo centro Yoga sotto casa a scoprire i cento benefici della pratica. Però mi piacerebbe avervi trasmesso, per una frazione di secondo almeno, la sensazione che, come per me, si può cambiare il proprio punto di vista, il che non è necessariamente un male :) Non è istantaneo, può passare del tempo, ma la gente cambia e può cambiare in meglio.

Per stasera è tutto. Namasté.

25 gennaio 2012

Pensieri - Peppe Jobs ed il suo compleanno



E mentre ieri il mondo festeggiava il 28° compleanno del Mac che, lo ricordiamo, vide la luce nel lontano 24 gennaio 1984 dopo un'estenuante periodo di ricerca e sviluppo ad opera di un equipe di pirati capitanati dalla buonanima di Steve, più nel piccolo, in uno sperduto angolo della Sicilia il sottoscritto festeggiava il proprio compleanno, con inaspettata festa a sorpresa (grazie di cuore, amici) e commoventi tributi sul web.
Nonostante in questa fase della mia vita cominci a credere poco a questioni come il fato (o il destino), così come al caso, ma piuttosto sia affascinato dall'ipotesi della sincronicità di Jung, mi fa piacere pensare che la mia data di nascita abbia un che di altamente simbolico. O almeno così è per me, e questo importa.
Da una parte proprio il 24 gennaio della presentazione del Macintosh ad opera di un Jobs ornato da un orrendo papillon (vale la pena guardarla, è memorabile); dall'altra l'anno 1976, quello della fondazione della Apple (ufficialmente, ironia della sorte, il 1° aprile) ma anche il mio anno di nascita.

Ora, non è che voglia dare l'impressione di essere un esaltato, sebbene qualche amico mi accusi di fanboysmo, ma per me è uno spunto interessante per confrontare la mia minuscola esperienza di vita con qualcosa di grande, emblematico, fascinoso e soprattutto stimolante.
Comunque l'originale dell'orrendo fotomontaggio che trovate in apertura (dove assomiglio più ad uno scimmiesco Woz che a Steve), quell'iconico scatto di Norman Seeff che vede Jobs guardare magneticamente l'obiettivo con il suo prodotto in grembo, nella posizione del loto... beh, per me vuol dire tanto.

A proposito, vi lascio con questa famosa riflessione dello stesso, riportata tra l'altro nel libro di cui parlavo ieri, e che non è mai troppo scontata da rileggere:
A 17 anni ho letto un aforisma che più o meno diceva: "se vivi ogni giorno come fosse l’ultimo, prima o poi avrai senz’altro ragione". Quelle parole mi hanno colpito profondamente e da allora, negli ultimi trentatré anni, ogni mattina mi sono guardato allo specchio e mi sono chiesto: "se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che farò oggi?". E ogni volta che mi sono risposto "no" per troppi giorni di fila ho capito che era arrivato il momento di cambiare le cose.
Ricordare costantemente che presto morirò è l’aiuto più grande che abbia mai avuto per prendere decisioni importanti. Perché praticamente tutto – le eterne speranze, l’orgoglio, la paura di sbagliare o fallire – tutto questo scompare davanti alla morte, lasciando solo ciò che è davvero importante. Tenere sempre a mente che prima o poi si muore è il modo migliore che conosco per non lasciarsi intrappolare dal pensiero di avere qualcosa da perdere. Siamo già scoperti, disarmati. E allora tanto vale seguire il cuore.
Grazie a chi ha reso speciale l'occasione del mio 36° compleanno. 

23 gennaio 2012

Pensieri - Si può lavorare giocando?



foto: eliztesch on Flickr

E si può viceversa giocare lavorando? Il doppio interrogativo mi nasce dentro (manco a dirlo) da un duplice movente. Venite assieme a me lungo le mie connessioni neuronali.

Prima di tutto sto leggendo un libro, un titolo che ho visto in Autogrill® e per pudore personale (e altrui) non ho acquistato, per poi scaricarne un estratto su iBookstore e successivamente comprarlo (a proposito, viva gli eBook e l'editoria elettronica). Mi riservo di farvi il titolo più avanti poiché sono solo alle prime pagine e non vorrei proporvi una cialtronata :p
Il succo però è che "piuttosto che fare un lavoro che non piace o non ti lascia esprimere o non ti coinvolge, molto meglio trasformare le proprie passioni in lavoro".  E mandare il resto affan**lo, aggiungo io. Affascinante, very affascinante. Per questo sto continuando a leggere il tomo. Certo, geniale! Come non averci pensato prima? Vedremo come resterò annegato nel mare che c'è di mezzo (che tanto è risaputo che nuotare non so).

La seconda considerazione è che mi sento impotente. Al di là di facili battute a sfondo sessuale, percepisco come se la mia vena *istica stesse lentamente scemando e, a poco a poco, mi venisse a mancare l'energia che una volta mi portava ad essere creativo, originale, a divertirmi videogiocando (perché sì, sarò pazzo ma sono convinto che le cose siano collegate). Chiamiamola "energia" ma il termine potrebbe essere improprio. Come vogliamo chiamarla? "Voglia"?

È così che, con sommo rammarico, saluto l'alba del mio 36° compleanno.
Auguri Pe'.